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Quanto costa essere dei manager perfezionisti? Il micro-management è la ricetta della perfezione?



Il micro management in ufficio
business meeting

Essere un Manager Perfezionista, ha un costo. Eccome se ce l'ha! Per il manager e pure per l'azienda. E non mi riferisco solo al costo del tempo e delle risorse che ha già dovuto investire per arrivare a un dato livello di perfezionismo, quel livello di attenzione al dettaglio, alla forma, all'estetica a cui "gli altri" non arrivano. Giusto, no? No, cioè sì! Ma c'è anche un altro costo a cui i perfezionisti non pensano, e invece dovrebbero farlo, perché essere troppo perfezionisti può solo essere dannoso. L'antitesi della propensione alla leadership è proprio il micro-management, che limita il potenziale del team, spegne la creatività, riduce l'apertura al confronto, boicotta l'assunzione di responsabilità e l'intraprendenza, seppellendole sotto una coltre di procedure, controlli e blocchi, difficoltà e anche contraddizioni. Lo dico perché lo so. Lo so perché il micro-management e le procedure sono state il brodo in cui mi hanno bollito, a fuco lento, per anni.

Dieci-anni-dieci in aziende giapponesi, con colleghi e superiori giapponesi, ma soprattutto con procedure giapponesi, modulistica giapponese, e la proverbiale flessibilità giapponese, ma Milano fuori dalla porta dell'ufficio. Occasioni, energie e soldi sprecati in nome della ricerca spasmodica della perfezione, del dettaglio, dello standard. O della inutile complessità? Anyway, non prenderla come una critica la sistema-Giappone perché non è ciò che intendo, ed essere dei perfezionisti sul lavoro non significa essere destinati a fallire come manager, ben inteso. però penso anche che molti manager devono liberarsi dalle proprie compulsioni perfezionistiche se vogliono svolgere la loro funzione e fare veramente del bene all'azienda, e al team. Ammettiamolo, i perfezionisti tendono ad essere molto concentrati sugli obiettivi, e orientati all'azione, e questi aspetti non sono certo da buttare, ma l'ossessione per la perfezione non va bene anche se è un trend che sta inesorabilmente crescendo e al quale ci stiamo un po' rassegnando. Uno studio empirico sul perfezionismo che coinvolge giovani e adulti nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Canada ha rivelato che le tendenze e i comportamenti perfezionistici sono significativamente aumentati, fino al 32%, negli ultimi tre decenni. Figure di spicco come la superstar del tennis Serena Williams e la pop star Britney Spears hanno parlato senza mezzi termini delle pressioni intollerabili a cui sono soggette, per la necessità di dover essere sempre perfette. Ad ogni costo. A tutti i costi. Costi quel che costi. Non solo sportivi e pop stars, ma chiunque oggi abbia un lavoro, o studi, conosce quel ciclo perpetuo di insoddisfazione, quell'alone di inadeguatezza che sembra appiccicarsi addosso come una camicia sudata quando vorresti si asciugasse in fretta. Un gusto amaro in bocca che sa sempre di sconfitta, che non se ne va nonostante l'impegno, nonostante la crescita evidente e costante e nononstante il successo. Eh sì, perché il tratto distintivo del perfezionismo non è tanto il bisogno irrazionale di avvicinarsi alla perfezione, o di settare nuovi standard quando la raggiungi, ma il persistente senso di insoddisfazione, anche quando non ce n'è motivo. Peggio! Quel senso di insoddisfazione perenne può addirittura ostacolarlo il successo, come dimostra uno studio condotto in USA su un campione di professori universitari con alti livelli di perfezionismo, che ha dimostrato come raramente superino i loro colleghi non-perfezionisti in termin di risultati, reali o percepiti che siano. E gli studenti non possono esprimersi, apprendere, interagire con loro perché ... perché sono dei rompipalle! L'ho detto! Non c'è scambio perché non c'è l'apertura, la procedura è una linea retta e invece lo scambio prevede curve, fermate e deviazioni, che non sono compatibili con il rigore e il controllo e la rigidità.

"La rigidità è il nemico dell'equilibrio" dice Pewee Sanchez, la mia docente di yoga del YTT, e ha dannatamente ragione! Il perfezionismo sul lavoro deve avere equilibrio, la giusta misura, nel senso che non va incentivato troppo, perché ostacola la capacità delle persone di trovare un significato nel proprio lavoro, di provare soddisfazione nel farlo e di ricercare un giusto - e sacrosanto - equilibrio tra lavoro e vita privata. Infatti, per prosperare nelle attuali realtà organizzative così competitive e complesse, la leadeship perfezionista deve accettare che un lavoro eccellente non significa che sia perfetto o senza difetti.

Piuttosto, deve essere perfezionista nell'istituire un sistema, creare l'ambiente giusto perché si generi un processo di sviluppo, in base a cui ai dipendenti viene fornito lo spazio, il tempo e la pazienza per migliorare la propria abilità.

Ma tu, che tipo di manager perfezionista sei?

Il perfezionismo si concretizza in modi diversi che influenzano le persone in modo altrettanto diverso, allora proviamo a creare un identikit del perfezionismo, per riconoscerlo ed affrontarlo nel modo più utile, affinché i manager possano identificare l'obiettivo dei loro standard perfezionistici, innanzitutto. In altre parole: a chi imponi i tuoi alti ed irraggiungibili standard? Chi deve cimentarsi in una fatica di Ercole perché le tue aspettative siano soddisfatte? Riflettere su queste domande è il primo passo per arginare gli effetti negativi del perfezionismo sul tuo team. Ah, vale anche per la famiglia e i rapporti in generale, quindi se non sei un manager non sei esente, perché essere troppo perfezionisti è una prerogativa umana slegata dal ruolo aziendale. Allora sveliamo l'identikit del perfezionismo identidficandone i tratti più diffusi.

Il perfezionista con lo specchio: è quello convinto che essere perfetti e cercare la perfezione assoluta sia l'unico risultato da perseguire. Gli altri manco li vede, il focus è su di sé. Spesso ha pensieri extra-punitivi, si sottopone a valutazioni quasi sempre negative quando le prestazioni non raggiungono gli standard di eccellenza ideali, cioè se non trova nella casella di posta la candidatura al premio Nobel lo considera un fallimento totale. Questi manager-perfezionisti, bisogna dirlo chiaro e riconoscere un merito, sono avvezzi a mostrare elevatissimi livelli di performance e prestazioni da supereroe, ma sono anche vulnerabili all'ansia, alla rumination e al burnout, e nel loro team non si respira una bella aria. Mai.

Il socialmente prescritto: è quello che crede, erroneamente, che gli altri si aspettino che sia sempre perfetto, anzi ... di più. Crede che rispetto, stima e la semplice accettazione nel mondo degli umani siano dipendenti solo dal raggiungimento di standard perfezionistici che colleghi e superiori gli impongono. Questa interpretazione errata delle aspettative altrui creano pressioni inutili che generano stress, ansia da prestazione, irascibilità e persino conseguenze fisiche come mal di testa, disturbi del sonno o alimentari, bruxismo ed altre amenità psicosomatiche.

Il perfezionista secondino: forse il tipo più comune di manager perfezionista, quello che affligge il suo team bullizzando tutti perché raggiungano la perfezione, che resta comunque un miraggio, un traguardo impossibile per i mortali. Questi manager esigono standard più elevati dalle altre persone che da se stessi, e valutano troppo severamente o in modo ingiusto, banalizzando i risultati e la performance, con quella propensione a incutere paura e a mostrare eccessiva rabbia e aggressività, compromettendo le relazioni e la reputazione sul luogo di lavoro. Insomma, il classico capo-stronzo, quello a cui "tanto non va mai bene niente" a cui non vedi l'ora di poter fare il dito appena cambierai lavoro.


Ti ci riconosci? O riconosci i comportamenti di colleghi e superiori? Se hai risposto affermativamente alla prima domanda, comunque sappi che non sei da solo, e non significa che sei destinato a fallire come manager. C'è sempre una via di uscita, la possibilità di redenzione, e quella luce in fondo al tunnel non è detto che sia il treno che sta arrivando, come nei cartoon di Wile E Coyote.

E allora ecco alcune strategie per aiutarti a gestire il tuo perfezionismo in modo poco invasivo ma efficace.


Porre obiettivi raggiungibili.

Una delle cose più utili che i perfezionisti, e coloro che lavorano con loro, possono fare è progettare obiettivi che siano raggiungibili, ma anche sfidanti. Ricorderai sicuramente lo schema SMART, ecco! Rilevante e raggiungibile, così è OK. Irraggiungibile invece non è OK. Niente di nuovo, in fondo. Questo approccio al goal setting può contemplare l'efficienza e la brama di performance, e mantenere anche alta la motivazione, sia tua che del tuo team. Per i manager più "malati" e perfezionisti, è utile fare pratica con progetti a breve termine che richiedono sforzi massimi in tempi brevi, ricordando però che il work-progress è più importante della perfezione. Riconoscere il valore anche delle piccole vittorie fa un gran bene. I successi iniziali ottenuti ponendosi obiettivi alla portata possono incoraggiare ad alzare sempre l'asticella, senza affossare il morale del team, creando un sistema di lavoro che ottimizza i processi e al contempo stimola il team a raggiungere gli obiettivi.


Accettare il fallimento come parte del processo.

Riconoscere che i fallimenti e gli errori sono aspetti accettabili nel processo lavorativo non deve essere solo una frase detta e buttata lì, così, senza un senso reale. L'errore è un indicatore fondamentale del processo di crescita perché indica che la strada non è quella giusta. Se ci provi a vederla così, e se ci credi, gli errori possono veramente diventare delle opportunità di apprendimento. Si può iniziare semplicemente col riconoscere che l'intolleranza agli errori e ai fallimenti può rovinare tutto, penalizzando la creatività, la cooperazione e lo spirito di squadra. Essere ripresi - o bastonati - per aver preso un rischio o commesso un errore sposta il focus sul fallimento, rendendo il team timoroso, statico e restio a produrre approcci risolutivi e visioni innovative. Accettare l'errore apre a nuove prospettive di pensiero e di azione, a soluzioni nuove per problemi vecchi, a nuovi modi di fare le stesse cose, per farle meglio.

Insomma, controllare ed avere delle procedure non è il male, ma l'ossessione della perfezione, l'applicazione del metodo a tutti i costi e gli atteggiamenti di estrema chiusura non fanno il paio con innovazione, progresso e crescita.


Anticipa il cambio generazionale

Un'ultima considerazione, che non è certo marginale: la Gen Z è figlia di tempi economici e culturali troppo lontani dal sistema a cui le generazioni precedenti si sono piegate, non ha nel DNA il gene dell'accettazione passiva e pedissequa, e cambierà sicuramente le cose in favore di altri sistemi. A noi è stato insegnato che "bisogna lavorare duro" che sei un macho se sopporti in silenzio, che se ti lamenti sei una femminuccia, che devi rispettare le gerarchie e le decisioni di chi ha più epserienza e anche se spesso non siamo d'accordo ce ne facciamo una ragione. La gen Z no, invece, non lo farà, perché èèiù resiliente che resistente, e troverà una via diversa. Si tratta solo di tempo, e se sei un manager oggi hai la possibilità di anticipare il cambiamento inevitabile e decidere di "guarire" dal perfezionismo inutile. Leadership vuol dire proprio questo, saper scegliere una strada diversa, condurci gli altri e fare in modo che la percorrano senza rischi o pericoli.


Ma alla fine, che tipo di perfezionista sei? Non l'ho ancora capito!

Scrivilo nei commenti e se non ti ritieni un perfezionista tagga qualcuno che ritieni lo sia.


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A presto!

Dennis





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